«Buongiorno Fabio!»

«Buongiorno a te Nina. Qualcuno mi ha detto che ti piacerebbe sapere qualcosa di più sul mio rapporto con il counseling, su cosa mi ha motivato come operatore sanitario a interessarmi di questa materia.»

«Si, mi interessa il counseling, ho già  frequento una counsellor. Mi interessa capire in che modo possa aiutare un operatore sanitario a lavorare meglio, oppure a vivere meglio il proprio lavoro.»

«Beh, io sono un operatore sanitario, sono un tecnico di laboratorio.»

«Ma, scusami Fabio, i tecnici di laboratorio non utilizzano la relazione nel corso del loro lavoro, lavorano con le provette. Come c’entra la tua professione con il counseling?»

«Hai parzialmente ragione, Nina. Però devi considerare che io lavoro in un piccolo ospedale, e per tanti anni, oltre all’attività di tecnico, ho dovuto lavorare anche al centro prelievi, dove, come i miei colleghi e colleghe, mi occupavo anche di accoglienza e smistamento dei pazienti. So che in un grande ospedale come quello di Pisa questo non succede, ma da noi il lavoro era organizzato così. Ma, per dirla tutta, l’aspetto professionale è stato solo una parte di ciò che mi ha spinto a interessarmi di counseling. La spinta maggiore mi è arrivata da un evento di vita personale, peraltro normalissimo, che è stato la malattia di mio padre. Questo avvenimento mi ha collocato in una posizione insolita, quello del sanitario che diventa parente di pazienti, e che vive le ansie, le paure che finora ha visto negli altri, e che subisce le forme di comunicazione che di solito fa subire agli altri: linguaggio tecnico, comunicazioni criptiche, medici che evitano di dare risposte, svalutazione delle domande: quante volte, in risposta alle mie domande, mi è stato chiesto “Ma lei è un collega?”. No, non sono un medico, né un infermiere, ma qualcosa ne so di medicina, e comunque, sono il figlio, ho paura e ansia.»

«Quindi non è per motivi professionali che ti sei avvicinato al counseling?»

«Ti devo dire che quello che mi stava succedendo mi ha costretto a riflettere sui miei, di comportamenti, a guardarli sotto un’altra luce. Ho visto che quando io sono evasivo nelle risposte, mi esprimo con linguaggio tecnico, evito le domande le persone si possono sentire, come è successo a me, spaventate, arrabbiate, e reagire in modi imprevedibili. Mi sono reso conto che il paziente e la sua famiglia sono deboli, e si aspettano dai sanitari comprensione, empatia. D’altro canto so quanto sia dura per i sanitari, rispondere a tutti, non avere tempo ne energie a sufficienza, sentirsi in prima linea. Non riesco neppure ad immaginare quello che viene chiesto a te, Nina, in una neonatologia, dove il momento che dovrebbe essere di gioia dei genitori si trasforma in paura, dove le prognosi sono difficili, dove gli infermieri e i medici vedono cose che sono bruttissime, anche per loro.»

«È vero, Fabio, in neonatologia viene chiesto il miracolo, può sembrare che sia colpa tua se il miracolo non avviene. È difficilissimo.»

«Il counseling ti dà questa possibilità, ti fornisce alcuni mezzi per essere accogliente, di trovare la giusta posizione di fronte alle difficoltà altrui, e anche di fronte alle tue. In questo può essere immensamente utile.»

«Ti ringrazio Fabio, per il racconto della tua esperienza.»

«Sono io che ringrazio te, mi è piaciuto raccontarti qualcosa della mia esperienza di counsellor. Spero di poterci incontrarci di nuovo!»


Fabio Scaramelli, Counselor ad orientamento sistemico, Tecnico Sanitario di Laboratorio Biomedico, ospedale S. Spirito Bra.