«Cara Alberta, come stai? Ti scrivo per chiederti se ti senti di scrivere un piccolo contributo per il sito di Nina, il centro di Pisa. Mi piacerebbe far narrare i professionisti counselor o professionisti che hanno acquisito abilità di counseling. Hai voglia di aiutarmi? Grazie!»

«Perché no? Qual è l’argomento o il titolo della composizione?»

«L’argomento sei tu! Tu come professionista della salute e il perché il counseling è uno strumento utile nella tua professione.»

La pagina bianca si riempie di pensieri e di immagini. Sono una infermiera da 30 anni. Ho acquisito competenze differenti, con percorsi specifici e ho acquisito anche delle abilità di counseling.

L’importanza dell’ascolto in una relazione di counseling sanitario significa ascoltare e prendersi cura della persona sia per i suoi bisogni fisici che per quelli relazionali: con la sua famiglia, con i cambiamenti di vita dovuti alla malattia, con i ruoli che vacillano perché la stessa malattia scombussola equilibri e relazioni.

Il mio percorso formativo è stato affascinante fino ad oggi; avere acquisito ancora competenze di counseling è stato un tempo di svolta, perché mi ha reso maggiormente consapevole dell’ascolto dell’altro. L’infermiere ha nel suo profilo questo obbligo professionale. In special  modo il Codice Deontologico dell’Infermiere, all’articolo 20, cita: “L’infermiere ascolta, informa, coinvolge l’assistito e valuta con lui i bisogni assistenziali, anche al fine di esplicitare il livello di assistenza garantito e facilitarlo nell’esprimere le proprie scelte”.

Sono fiera di essere una infermiera. Ma quello di cui vorrei parlare con questa opportunità di scrittura è un aspetto particolare che ho acquisito, che mi ha dato uno sguardo diverso nei confronti degli altri professionisti della salute: sì, tutti abbiamo necessità di essere ascoltati e di farci ascoltare.  Per non diventare assuefatti alla sofferenza, alla burocrazia e all’appiattimento. Ci sono momenti in cui è necessario fermarsi e ascoltare anche se stessi. Prima c’è il paziente, la persona che abbiamo in carico, di cui ci si prende cura. Ma non basta: bisogna che il professionista si ascolti e ascolti gli altri membri dell’équipe. La nostra professione è vincolata a stretto giro con altri professionisti: specialisti di differenti malattie, tecnici, consulenti, fisioterapisti, logopedisti, dietisti, studenti universitari e vorrei aggiungerne altri e elencare tutte le figure ma ruberei spazio al sentimento, a quello che vorrei trasmettere con queste mie parole. Il lavoro in équipe è un lavoro duro: significa mettersi e mettere in discussione, accettare le differenze, posizionarsi sempre nel modo che giovi all’équipe e non solo a se stessi come professionisti. Al centro c’è il paziente, in un continuo ricercare un equilibrio per le sue condizioni di salute, che cambiano, migliorano, peggiorano, non sono mai le stesse.

Tutti i professionisti coinvolti, insieme, cooperano e navigano su una stessa magnifica barca che affronta tempeste imprevedibili, dove l’esperienza e la pratica, ma anche le conoscenze scientifiche e le relazioni rispettose giocano un ruolo fondamentale per arrivare, insieme alla persona che è al centro dei nostri piani clinico assistenziali, in un “porto sicuro”.


Alberta Fraternali. Infermiera coordinatrice, con competenze di counseling sistemico. Direzione delle Professioni Sanitarie.